BUSI IN …MUSICA Viaggi tematici e innocenti incursioni nell’Opera di Aldo Busi

Posted on 23 dicembre 2011

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a cura delle Redazioni AltriAbusi & Amedit

“Finché la barca va / lasciala andare”

Hit di Orietta Berti

(in epigrafe di Per un’Apocalisse più svelta)

Iniziamo da Barbino – anzi no, siamo precisi: dal Narratore di Seminario sulla gioventù (1984), narratore di se stesso e delle peripezie di un certo Barbino, che a Cortina, stregato dalla melodia di Satisfaction dei Rolling Stones, mai ascoltata fino in fondo, dimentica di spegnare la radiolina a transistor e non si accorge così del mutamento d’umore sopravvenuto in Carolina, la sua ospite caritatevole. Questo da Seminario sulla gioventù non è che uno dei tanti riferimenti alla musica pop e alla cultura delle canzonette di cui è ricca l’opera di Aldo Busi. Esploratore imparziale di tutte le mitologie dell’Occidente, e italiane in particolare, Busi non poteva non occuparsi anche della canzone popolare addentrandosi nei solchi che essa incide nella mentalità di un popolo. In Vita standard di un venditore provvisorio di collant (1985), la canzonetta è vista come il concentrato di un’ideologia sentimentale stravecchia e globalizzata. Il mangianastri dell’auto di Celestino Lometto inghiotte e risputa all’infinito la cassetta delle canzoni di Orietta Berti, con disappunto di Angelo Bazarovi, interprete e compagno di viaggio dell’avido calzettaro mantovano. Reazionaria e onnipresente come una religione, la canzone popolare perseguita anche il Busi globe-trotter lungo le sue più diversificate vie di Damasco.

Tempo di rinnovata speranza, tempo di dare un taglio al passato: si cambia musica, dunque!

E come metto piede sull’aliscafo delle Ustica Lines diretto a Marettimo, i Pooh!

Mi sembra di non aver fatto altro che dare i numeri dagli anni Settanta a oggi, vorrei sapere in che Stato a passo di gambero mi trovo, o almeno in che stato sono precipitato io senza accorgermene, e cos’è avvenuto dopo la Bella Otero e l’Unità d’Italia e la breccia di Porta Pia, a parte il fatto che adesso so che c’è stata unità nazionale più grazie al melodico italiano per le mamme e i mammoni cinici e sentimentali che grazie a Mazzini, Cavour, Garibaldi e Liala: ho toccato Levanzo con i Pooh, Favignana con i Nomadi e adesso sono dodici minuti d’orologio che Zucchero, a tutto diabete, gracchia una specie di gospel con un solo verso ripetuto fino all’assunzione in cielo per consunzione da nausea e crisi d’astinenza d’insulina. (Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Mondadori 2007, p. 112)

Se ogni religione ha una Mecca cui è d’obbligo recarsi in pellegrinaggio per lo meno una volta all’anno, la religione della canzone italiana ha il Festival di Sanremo.

Eccomi davanti al Teatro Ariston di Sanremo, dove da stasera ha luogo il grande rito sacrificale che umilierà la lingua italiana per tutto il resto dell’anno, umilierà il giornalismo per due settimane come minimo, umilierà le persone che si disassociano dalla famiglia dei tutti buoni e a casa e zitti davanti alla tivù che al resto ci penso io. Ma il resto è la vita, e solo pensionati e immobilizzati in carrozzella possono rinunciarci illudendosi che il Festival sia solo una distrazione. (Altri abusi, Mondadori 1994, p. 327)

In Altri abusi (1989) lo sguardo sul Festival è di tipo sociologico più che satirico; la curiosità, anche solo di conoscere le proprie reazioni, prevale sullo scetticismo. Busi sembra accettare la regola che vuole i cantanti protagonisti non solo di facciata della manifestazione; si intrufola tra loro, li provoca, tenta di farsi detestare per destare una parvenza di sconvolgimento, per ottenere una reazione imprevedibile. Leggiamo osservazioni che nel più tardo Sentire le donne (1991) spariranno, sostituite da una visione grottesco-apocalittica del Festival e del mondo della canzone in generale.

Da dietro le quinte del corridoio sento ogni tanto queste ugole emozionate incapaci di trasmettere emozioni cantare sentimenti che nessuno prova più. Non così: queste passioni sono più dette che vissute, e non è possibile che la chitarra, il piffero, dopo secoli e secoli di prove, siano ridotti peggio in duetto che da solisti. Il Festival della Schizofrenia messa in musica. Io i compositori li manderei a scrivere i loro testi nascosti dietro il separé di un parrucchiere per signora o negli stadi o nei parchi con siringa o fra gli abitanti della Val Bormida che da anni si battono, inutilmente, contro l’Acna di Cengio, la fabbrica chimica del gruppo Ferruzzi Montedison. (Altri abusi, cit., pp. 330-331)

In Sentire le donne, il Festival di Sanremo diventa “Festival di san Niente”; i cantanti vengono chiamati con epiteti d’invenzione e allegorici; i nomi più fantasiosi sono quelli veri, lasciati intatti da Busi o appena ritoccati (“Mannoia (a morte)”). A dare spettacolo è la macchina commerciale e mediatica con i suoi giri a vuoto e i testacoda programmatici tutto sommato immeritevoli di citazione. L’unico episodio che spicca è un battibecco improvvisato in sala stampa con Mike Bongiorno, battibecco che offre il destro a Busi per rievocare un suo incontro con l’attrice Lauretta Masiero. Insomma, la canzonetta in sé non ha eco e vale semmai per gli spunti digressivi che porge alla penna dello Scrittore.

Un anno prima di Sentire le donne, nel 1990, esce Pazza, un volume di insolito formato con audiocassetta allegata. Il volume include alcuni testi poi confluiti in Sentire le donne, la cassetta è un  capolavoro del camp musicale e non solo. Valendosi della collaborazione di Denis Gaita e Davide Tortorella, Busi canta nove sue canzoni in stile pop anni Ottanta. Numerose le citazioni dal kitsch melodico e operistico italiano, da Lucio Battisti a Nilla Pizzi sino a Mina e a Puccini. Spiccano la famosissima Atti osceni (Rimorchiare autotreni / mangiarti mentre ceni /su certi trapezi sentirsi scaleni /atti osceni) e una piccola perla come Le piace Brahms. Da segnalare anche la canzone Nuova idea il cui testo è una vera e propria provocazione indirizzata alla cantante di Pazza idea (la Coca è buona, ma poca /la Fanta è cattiva, ma tanta). Una curiosità: nella copertina del disco, grazie a un fotomontaggio, lo Scrittore impersona la più celebre cantante lirica del XIX secolo, Maria Malibran.

Che opinione ha Aldo Busi dei cantanti pop? Qualche idea è possibile farsela mettendo insieme i reportage su Sanremo, le pagine dedicate a Dalida (in Altri abusi) e i colloqui di Busi con Sting e con Juliette Gréco, sorta di pseudointerviste dove non è mai chiarissimo chi intervista chi. Con la Gréco siamo già una spanna sopra il pop e ben oltre la tinta uniforme dello show business; tra la cantante francese e lo Scrittore scatta un’identificazione brutale la cui sintesi sta in un aneddoto che, molto opportunamente, Busi racconta ai giovani aspiranti artisti che partecipano alla trasmissione televisiva “Amici”.

Sono felice di dirvi che Juliette Gréco, che ha compiuto di recente settantasette anni, sta mietendo l’ennesimo trionfo all’Olympia di Parigi. Io l’ho intervistata alcuni anni fa. Arrivo all’Hotel des Charmes mezz’ora prima, al mio solito. E vedo che anche lei, con ben trentacinque minuti di anticipo sull’orario del nostro appuntamento, sale la gradinata di questo Hotel. E lì ho riconosciuto la grande star. (…) La grande star è la persona semplice che sa stare al mondo e rispettare gli appuntamenti presi. (Dritte per l’aspirante artista (televisivo), a cura di Marco Cavalli, Mondadori 2006, p. 51)

Sting è meno lieve e ciarliero della Grèco ma ugualmente coltivato, cioè colto a modo suo; a colpire Busi, più che la personalità dell’ex Police, è la grandezza del suo successo in termini economici (“trentotto miliardi nel 1998”) e la maestria implicita nell’amministrarlo, fosse pure imbracciando una chitarra in pubblico. L’intervista ripropone un chiodo fisso del Busi ascoltatore di canzoni pop: la sua critica alla qualità dozzinale dei testi, alla loro pretenziosità letteraria.

(…) depongo accanto al posacenere ormai pieno di cicche lo scartafaccio che mi aveva allungato prima di metterci all’ascolto e gli dico, “Guardi, i testi mi sembrano tutti un po’ vecchiotti, la fredda visionarietà New Age secondo me impressiona al massimo gli internettisti ma non i metalmeccanici e i raccoglitori a cottimo di pomodori, sembra un calco della poetica della New York School, John Ashbery, Frank O’Hara, Marianne Moore, per non dire la Navigli Nido di Cucchi e Raboni, roba da zie perbenino, non c’è certo la graffiata placida e risoluta di un Auden”. Il riccioluto giovanotto mi guarda come chiedendomi pietà, e mi rivela che lui è solo diplomato in agraria, l’ovvia premessa dello show-business, e che il lavoro al giorno d’oggi è così precario, anche il suo… E allora gli aggiungo i miei complimenti per Domani si vedrà, un’ambientazione di periferia notturna che sembra bresciana e altamente bergamasca, postindustriale, venerea, italiana, via, voce recitante un travestito al lavoro che fra lo stare chino sul finestrino dell’auto a contrattare e la fine della prestazione dice al suo cliente che si è preso una pausa dalla moglie: “La mia gonna è troppo corta, e questi tacchi mi stanno ammazzando, non giudicarmi, potresti essere me in un’altra vita”, cazzo che fegato! E che santa pazienza, quel cliente. (…) E diciamolo fuori dai denti e da ogni rima: chi se ne frega dei testi rock se non portano la firma mozartiana di Da Ponte (1749-1838: Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte), l’unico che, Mick Jagger a parte, avrebbe potuto concepire il sublime verso, reiterandolo per circa tre minuti di strimpellate da brivido, “I can’t get no satisfaction”? (…) (Sentire le donne, Bompiani 2008, pp. 392-394)

La critica alle parole scadenti delle canzoni precede di poco la produzione, da parte di Busi, di parole per canzoni. Nel 1997, ispirato da una delle sue ultime esperienze sanremesi, lo Scrittore pubblica L’amore trasparente, canzoniere che raccoglie i testi di venticinque canzoni in cerca di interpreti desiderosi e soprattutto capaci di prestar loro voce. La sfida è raccolta dal gruppo dei Timoria, che nel 1998 musicano e incidono i versi della canzone intitolata “L’amore è un drago dormiente”.

L’amore è una brutta bestia/ dormiente improvvisa, un drago strisciante/ che morde alla gola ed espande il cuore/, allaga le vene, inonda la mente/ e poi se ne va.

Se ne va/ nella sua grotta blindata/ a incamerare nuovo veleno,/ a levigare i suoi artigli,/ a fare la prova del fuoco dalle narici,/ sta rintanato per farsi cercare,/ per farsi pregare,/ per far ammattire:/ supplicalo di farti ancora/ un po’ di male/ e si lascerà tentare./ Io non penso all’amore/ come a un riscatto/ che rende felici gli infelici/ ma infelici per qualcosa che piace,/ sono stanca di star bene per niente,/ preferisco star male per te./ L’amore non è il toccasana dei mali, è il bene più bello del male supremo,/ l’assegno in bianco dei dolori in attesa,/ una speranza tradita in agguato,/ lo sguardo malato di una bolla di sapone/ che scoppia con te.

L’amore è una brutta bestia/dormiente improvvisa (ecc.)

(L’amore trasparente, Mondadori 1997, pp.51-52).

Redazioni AltriAbusi & Amedit

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